“Il modello cooperativistico può essere rivisto, non c’è un modello da difendere in purezza; noi siamo soggetti di natura economica e, se per fare gli interessi dei nostri associati, dobbiamo rivedere i nostri schemi, allora facciamolo, se questo è funzionale”. La considerazione è di Giovanni Luppi, presidente nazionale di Legacoop Agroalimentare, che dà conto, in questa intervista, fra gli altri aspetti, di come l’impresa cooperativa agricola alimentare di trasformazione dei prodotti agricoli vede nella valorizzazione della materia prima, la principale diversità dalle altre imprese non cooperative. “L’obiettivo è pagare il più possibile la materia prima perché è dei nostri soci e per farlo dobbiamo essere ancora più efficienti e aperti alle alleanze”.
Presidente, com’è l’andamento dei consumi alimentari?
“I consumi alimentari nel Paese si stanno ripristinando con qualche punto di percentuale in aumento mentre il 2014 ha registrato consumi flettenti, più bassi del 2013; questa ripresa minima del consumo evidenzia più disponibilità di reddito e credo che i dati sull’occupazione abbiano incentivato, in parte, la lieve ripresa. Non sono, tuttavia, per ora, segnali che ci fanno indicare che siamo usciti dalla crisi. Le cooperative di produzione agricola alimentare hanno perso volumi importanti e marginalità, e possiamo affermare che noi siamo ancora dentro un’economia di guerra. L’impresa cooperativa, anche per il 2015, dunque, si deve concentrare ancora sul recupero dell’efficienza, di spazi di mercato e deve porre attenzione ai costi”.
Il consumatore oggi è più attento di ieri nella scelta dei prodotti?
“I consumi alimentari sono influenzati dal reddito delle persone e in un Paese a forte disoccupazione, il consumatore guarda al prezzo del prodotto, mentre nel passato, per un’ampia parte della popolazione, la leva della qualità nella scelta del prodotto era importante”.
Come devono comportarsi, oggi, le imprese, alla luce anche di queste tendenze?
“Si tratta di avere un posizionamento che colga entrambe: quella che guarda al prezzo e l’altra alla qualità ma questo non è sempre facile per le imprese cooperative che, molto spesso, sposano un posizionamento di mercato molto netto”.
Si parla molto di modelli da rivedere per affrontare la crisi, quello cooperativistico va rivisto?
“Il modello che conosciamo nasce nel secondo Dopoguerra e rispondeva alle esigenze di quel periodo con un bacino di imprese agricole che raggiungeva quota 16milioni. Oggi la situazione è cambiata, i numeri sono diversi e lo è anche la dimensione. Per cui anche i modelli possono essere trasformati; pensiamo a Venchiaredo che propone un sistema in cui una cooperativa controlla, assieme ad altri soggetti, una società di capitali (le quote dell’azienda sono detenute per il 24% da Emmi Holding Italia, le altre quote vedono un 39% detenuto dalla Cooperativa Venchiaredo, 16% da CoopFond, 16% da FondoSviluppo e il 5% da Latterie Friulane ndr). Se non fosse stato adottato questo tipo di modello non credo si sarebbero raggiunti i mercati che oggi Venchiaredo riesce a toccare con Emmy Group. Dunque, non c’è un modello da difendere in purezza; noi siamo soggetti di natura economica e se per fare gli interssei dei nostri associtai dobbiamo rivere i modelli, allora facciamolo”.





